Uno dei fattori più importanti, se non il primo, per instaurare relazioni positive nella nostra vita, è imparare ad ascoltare
C’è purtroppo un preconcetto nella società in cui viviamo: per essere visti come intraprendenti, desiderabili e brillanti è sempre meglio avere qualcosa da dire, prendere spesso la parola.
Viceversa chi ascolta, a volte può essere visto come una persona passiva, che non ha niente da dire.
Niente di più sbagliato. Si tratta di una mistificazione di base che dà valore solo a ciò che è azione concreta, “attivismo” e non a ciò che è ricezione, introspezione, accoglienza.

Ascoltare significa mettersi veramente in gioco, far entrare un pezzo di mondo dell’altro dentro di sé, e iniziare a costruire un terreno comune dove la relazione può crescere ed esprimersi in tutta la sua creatività.
L’ascolto è quindi il primo passo per comunicare, intendendo per comunicazione il senso che scaturisce dalla sua etimologia “cum = con, e munire = legare, costruire e significa letteralmente “mettere in comune, fare partecipe”. Quindi costruire un terreno comune, previa la comprensione e il rispetto dei punti di vista reciproci.

Ascolto attivo e passivo

Esistono due tipi di ascolto: quello attivo e quello passivo.
L’ascolto passivo può essere definito come un semplice udire le parole dell’interlocutore, capirle a livello logico ma senza un impegno concreto nel percepire il vero significato di ciò che viene comunicato. Si ferma a un livello di superficie, senza indagare il mondo e i processi emotivi dietro quelle parole.
È un ascolto che si adatta a situazioni statiche, dove è necessario solo capire il piano logico.

Pensiamo ad esempio al caso di un input operativo che viene dato da un capoufficio ai suoi collaboratori: in questo caso va solo ascoltato il “comando” e non avrebbe alcun senso fare un’indagine più approfondita dei significati nascosti delle parole.

Lascolto attivo, invece, è un atto volontario: scegliamo e decidiamo di voler ascoltare, comprendere veramente il punto di vista, le motivazioni, i sentimenti, i pensieri e le aspettative dell’altro, dando all’interlocutore la nostra completa attenzione.
Nella relazione abbiamo due ruoli: l’Ascoltatore, colui che ascolta, e il Protagonista, colui che parla. È proprio quest’ultimo, come accade in uno spettacolo teatrale, che ha i riflettori puntati su di sé. In scena c’è la sua realtà, i suoi punti di vista, emozioni, pensieri e ragionamenti. E la controparte, l’Ascoltatore attivo, si immerge in questo mondo: spegne i suoi rumori di fondo e ascolta profondamente ciò che l’altro comunica.

Si tratta quindi di uno sforzo che va oltre la sola comprensione logica di ciò che viene detto: l’ascolto attivo nasce infatti da un’apertura di cuore, dalla volontà di cogliere e accogliere le emozioni dell’interlocutore.

Per riuscirci occorre sentire come queste emozioni risuonano dentro di noi, riconoscerle in noi stessi e, al momento opportuno, restituire all’interlocutore ciò che abbiamo colto.

L’ascolto attivo permette l’arricchimento e l’aumento di consapevolezza di entrambe le parti coinvolte nella relazione: chi ascolta, grazie alla sua attenzione e connessione, innesca in chi parla la capacità di esplorarsi e aprirsi a nuovi mondi. E viceversa egli stesso viene arricchito, per mezzo di questo scambio profondo, di nuovi punti di vista con cui guardare la propria realtà.

Per saper ascoltare occorre essere consapevoli delle proprie emozioni

L’ascolto attivo, come detto sopra, è fondato sull’entrare in contatto emotivamente con l’interlocutore. Premessa imprescindibile di un ascolto efficace è quindi che l’ascoltatore abbia una buona autoconsapevolezza delle proprie emozioni.
Nel suo libro “Intelligenza emotiva”, Daniel Goleman introduce l’argomento dell’autoconsapevolezza emozionale narrando una leggenda zen, che riporto di seguito.
“Un samurai chiese a un maestro Zen la differenza tra Paradiso e Inferno.
Il monaco rispose con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere tempo con gente come te!”.
Il Samurai, ferito nell’onore, reagì immediatamente sguainando la spada: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”.
Il maestro Zen replicò: “Ecco. Questo è l’Inferno.”.
Il Samurai riconobbe che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva appena invaso, ringuainò la spada e lo ringraziò per la lezione.
Il monaco replicò: “Ecco. Questo è il Paradiso.”.

Con questa narrazione, Daniel Goleman ci aiuta a cogliere concretamente la differenza tra l’essere schiavi inconsapevoli di un’emozione ed essere coscienti del fatto che ci sta animando evitando in questo modo di farci travolgere.
La consapevolezza emotiva consiste proprio nel saper riconoscere i nostri sentimenti ed emozioni nel momento stesso in cui si presentano. Non ha quindi nulla a che fare con il sentimentalismo, l’emotività, l’intuizione o la spontaneità.
È una forma di attenzione non reattiva e non critica verso i nostri stati interiori. Essere consapevoli di sé significa quindi essere coscienti sia del nostro stato d’animo che dei nostri pensieri su di esso: è un processo che richiede l’attivazione della neocorteccia, in particolare delle aree del linguaggio che consentono di “dare un nome” alle emozioni risvegliate.

Autoconsapevolezza emotiva significa non solo “capire” le emozioni ma anche saperle controllare, o meglio saperne gestire la durata ed esprimerle in maniera più proficua, raggiungendo un proprio equilibrio.
In questo senso quindi il controllo nasce dalla capacità di ascolto e non è assolutamente sinonimo di repressione. Le emozioni ci danno infatti delle preziose informazioni su di noi e reprimerle è tanto inutile quanto dannoso: finirebbero per opprimerci, portandoci alla passività e paralizzandoci nell’azione, o per esplodere nei momenti meno opportuni.


Nel momento in cui siamo consapevoli dal punto di vista emotivo sappiamo che le emozioni arrivano sempre per una ragione, ed è importante imparare ad interpretarle e usarle come bussola in grado di indicare la strada verso la nostra autorealizzazione. Impariamo, ad esempio, che un sentimento come la paura potrebbe essere un invito ad andare avanti verso qualcosa che permette di crescere ed evolvere e non un segnale di stop e pericolo.
Essere consapevoli delle emozioni ci dà la possibilità di non reagire sotto l’impulso delle stesse, ma di utilizzarle come motore propulsivo verso i nostri obiettivi e fini più alti.
L’autoconsapevolezza emozionale è fondamentale nell’ascolto attivo: riusciamo a entrare in contatto con le emozioni dell’altro riconoscendole in noi stessi, e al tempo stesso riconosciamo, accettiamo e lasciamo andare le nostre evitando di innescare meccanismi reattivi che ci allontanerebbero dall’ascolto empatico del nostro interlocutore.

Le 4 Fasi dell’Ascolto Attivo

Tramite l’ascolto attivo riceviamo dall’interlocutore un messaggio, lo rielaboriamo e restituiamo all’altro ciò che sentiamo e abbiamo capito, rendendo la comunicazione bi-univoca.

Andando più nel dettaglio possiamo distinguere quattro fasi :

Cogliere dalla comunicazione verbale e non verbale tutto ciò che l’altra persona ci sta comunicando, tutti i segnali che parlano delle sue emozioni, i suoi desideri, le sue preoccupazioni, le sue speranze e paure.

Raccogliere quanti più elementi possibili: esplorare attraverso domande aperte tutto ciò che l’interlocutore può dirci, stimolarlo ad approfondire  il tema in modo da rendergli più agevole la sua più completa comprensione ed elaborazione.

Accogliere senza giudizio tutto ciò che l’altra persona ci sta comunicando, accettando tutte le emozioni e sensazioni che questa comunicazione provoca in noi.

Restituire all’altra persona le nostre sensazioni e la nostra comprensione di ciò che ci ha comunicato, per aiutarlo a sua volta ad aumentare la sua consapevolezza. Facciamo delle restituzioni anche sulle emozioni usando formule come: “Sembra che tu sia…”, “Vorresti…”, “A me pare…”, “Ciò che riesco a percepire è…”, “La mia impressione è…”, “Se ho ben capito, tu ti senti…”. 

Tecniche di Ascolto Attivo

ascolto

Come fare per migliorare la nostra capacità di ascoltare attivamente?
Di seguito ti spiego le principali tecniche, semplici sulla carta ma per padroneggiarle occorre utilizzarle con costanza. Ma è uno sforzo che vale la pena compiere per avere nella nostra vita relazioni vere e profonde.

1-Fai attenzione al linguaggio del corpo

l 55% della comunicazione passa per il canale non verbale, più antico e istintivo. È una dimensione a cui fare grande attenzione nel momento in cui vuoi essere efficace nell’ascolto.

È importante quindi, mentre ascolti, comunicare con il tuo corpo apertura, accoglienza, predisposizione all’ascolto. Questo significa che devi mantenere una postura rilassata, aperta. Sederti con il peso del busto sopra il bacino, eretta senza assumere una posizione rigida ma lasciando che le spalle ricadano nella posizione abituale; rilassare le braccia evitando di incrociarle in segno di difesa.

Comunica apertura anche con le mani, evitando di chiudere le dita a pugno. Di tanto in tanto, in modo spontaneo mostra il palmo all’interlocutore: questo è un gesto che denota sincerità e apertura.
Il capo è eretto con uno sguardo diritto, interessato, sereno (ben diverso quindi dal guardare dritto insistentemente negli occhi in segno di sfida).
Questa posizione, per la stretta connessione corpo-mente, se mantenuta, produce un’importante apertura interiore, predisponendoti all’ascolto con ogni parte di te stessa. In pratica al tempo stesso mandi un messaggio esterno al tuo interlocutore, ma anche interno verso te stessa che sei aperta e pronta ad interessarti sinceramente a lui.
Il respiro ha un ruolo di grande importanza: una respirazione lenta e profonda mentre ascolti ti permette di calmare la mente, di metterti in contatto con le tue emozioni e di accogliere quelle dell’altra persona.
Creare un’atmosfera positiva attraverso il comportamento non verbale, esprimendo attenzione e concentrazione, fa sì che l’interlocutore si senta più predisposto a sua volta a confidarsi e aprirsi.

 

Tanto è importante fare attenzione al nostro linguaggio corporeo, tanto lo è “ascoltare” cosa ci comunicano le espressioni non verbali e paraverbali del nostro interlocutore.
Riusciamo quindi a captare entusiasmo, noia, irritazione da un’espressione degli occhi, da una smorfia della bocca, da un chiudersi o aprirsi delle spalle o delle braccia. Notiamo il susseguirsi degli stati emozionali dai cambiamenti nel tono di voce.
Uno degli aspetti più interessanti a cui dobbiamo porre attenzione sono tutte le dissonanze tra ciò che viene detto a parole e ciò che viene comunicato con il corpo: in questo caso è proprio la comunicazione non verbale, più diretta e istintiva, a darci un indizio su quanto effettivamente prova il nostro interlocutore.

2-Resta in silenzio

Nell’ascolto attivo è fondamentale lasciar parlare il tuo interlocutore almeno l’80% del tempo e fare silenzio mentre ascolti, mostrando partecipazione con cenni, sorrisi e sguardi.
Il silenzio permette di dare spazio all’altro, lasciargli il ruolo di protagonista e fargli capire che ha tutta la tua attenzione.

Non si tratta solo di silenziarsi verbalmente ma, soprattutto, spegnere qualsiasi forma di dialogo interiore.
Una delle più importanti competenze per diventare una brava ascoltatrice, è imparare a sentirti a tuo agio nel silenzio, accettare il senso di vuoto come precondizione fondamentale per dare spazio alle idee ed emozioni altrui.

3- Fai le giuste domande

Nell’ascolto attivo è necessario fare silenzio quando l’interlocutore parla, ma al tempo stesso è importante provare ad assumere il punto di vista dell’altro e scoprire cosa lo motiva profondamente.

Aspetta che l’interlocutore faccia una pausa dal suo discorso (attenzione a non interrompere precocemente quelle pause di silenzio che sono frutto di un momento di riflessione profonda) e quando “senti” che l’altro ha veramente finito di parlare e la tensione che si abbassa (lo avverti nel tuo stesso corpo), fai delle domande.

Le migliori domande sono quelle aperte, che non prevedono una semplice risposta “sì/no” ma portano ad esplorare e approfondire la questione. Si tratta di tutte quelle domande che tendenzialmente iniziano con “Chi…”, “Cosa…”, “Quando…”, “Dove…”, “Quale è il motivo che…”.

Evita il “Perché…” in quanto evoca un’atmosfera da interrogatorio poliziesco, e potrebbe portare l’altra persona a sentirsi “sotto accusa” e non libera di esprimersi.

Puoi fare domande di chiarificazione, ad esempio: “Puoi chiarire cosa intendi con…?”, “In altre parole mi vuoi dire che…?”Queste domande servono per effettuare un ascolto accurato, senza lasciare spazio a interpretazioni personali.

Utilizza le domande per rendere consapevole l’altro che sta facendo una generalizzazione (frasi con “mai”, “spesso”, “sempre”, ecc…). Ad esempio: a fronte dell’affermazione: “Non ho mai tempo per studiare”, possiamo chiedere: “Cosa intendi con mai? Neanche cinque minuti al giorno?”

Oppure domande per rendere complete le affermazioni dell’interlocutore: a un “Ovviamente”, puoi domandare “Ovvio per chi?”; oppure “Si dovrebbe fare così”, “Chi lo dovrebbe fare?” o anche “Dovrei fare così”, “Cosa succede se non lo fai?”.

Oppure, infine, domande per evitare distorsioni che si hanno tipicamente quando, sotto l’influsso delle proprie percezioni chi parla crea connessioni tra due o più elementi, nonostante questi si trovino su piani logici distanti; oppure dà per scontato di conoscere la situazione soggettiva di un’altra persona. Con la domanda, smontiamo questo tipo di travisamenti.

Un paio di esempi: “Quando parlerò, tutti mi guarderanno con atteggiamento critico”. “Come fai a saperlo? Cosa ti fa credere che staranno criticando le tue parole?” oppure “Visto che non è arrivato puntuale, non ha stima di me”. “Quale connessione c’è esattamente tra la sua puntualità e la stima nei tuoi confronti?”

L’idea non è quella di fare la maestrina per “cogliere in castagna” l’altro quando “sbaglia ragionamento”, ma renderlo consapevole dei filtri che applica, e che non gli consentono una piena comprensione di ciò che sta vivendo.

4- Riassumere e Parafrasare

Riassumere è utile per assicurarti di aver capito bene e per fare il punto di quanto è stato detto. Quando riassumi cerca di rimanere fedele a quello che ti viene detto. Usa le stesse parole usate dall’altra persona e rimani aderente ai fatti. In questo modo dai l’opportunità all’interlocutore di confermare quello che dici e correggere eventuali inesattezze.

Per imparare a riassumere il segreto è sviluppare la massima concentrazione sulla situazione d’ascolto immediata. Concentrati su quello che l’altro dice e riassumilo già mentalmente. Individua le idee principali di chi ti sta parlando. Osserva come sostiene le sue argomentazioni e se emergono eventuali dissonanze. Dividi i fatti dai principi, le idee dagli esempi, le prove dalle opinioni.

Parafrasare è simile a riassumere, la differenza è che usi parole differenti. Usare le stesse parole è utile se parli di fatti e comportamenti, se vuoi ragionare su ciò che è oggettivo. Se vuoi comprendere veramente una persona, quando parla di emozioni, sentimenti e desideri è meglio parafrasare.

Infatti in questo modo si attivano due meccanismi: il primo è che nel tempo in cui ripeti con parole tue quello che l’altra persona ha comunicato, dai il tempo a questa per riflettere ulteriormente su ciò che ha detto.

Inoltre nella parafrasi, usi le tue parole: in questo modo dai al racconto la tua sfumatura soggettiva, comunichi la tua esperienza di ciò che è stato detto e fornisci all’interlocutore nuovi punti di vista, apri nuove “finestre” sulla questione che precedentemente non aveva considerato.

Le 7 Trappole da evitare

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Quelle che ti elenco di seguito sono le 7 cose da evitare il più possibile, se veramente vuoi instaurare una comunicazione efficace con gli altri. 

1- Dare consigli

Uno dei miti della nostra società è che quando qualcuno ha un problema, e si confida con noi, ci aspettiamo da noi stessi di essere in grado di risolverglielo. Al contrario per aiutarlo in modo efficace basterebbe semplicemente ascoltare, lasciando la persona libera di risolvere da sola la questione che la preoccupa.

Bisogna trattenerci quindi dal dare consigli tentando di pensare al posto dell’interlocutore. Le persone hanno più fiducia in se stesse se possono risolvere i loro problemi e riflettervi da sole. Al contrario, un consiglio non richiesto può indurre, in chi lo riceve, un atteggiamento di difesa.
Consigliare serve solo a nutrire il nostro ego, facendoci sentire necessari e importanti. Purtroppo questo avviene a scapito dell’autoconsapevolezza di chi parla.
Per evitare di cadere in questa dinamica, mantieni un atteggiamento di ricettività e pazienza, tenendo bene a mente che una delle necessità umane fondamentali è quella della confidenza: l’altra persona vuole semplicemente dare espressione ai suoi pensieri ed emozioni, senza necessariamente ricevere raccomandazioni, moniti e suggerimenti.

2-Identificarti

Sicuramente è successo anche a te di raccontare una situazione difficile ed aver ricevuto da chi ti ascoltava frasi come: “Come ti capisco! Anche io ho vissuto la stessa cosa” ,o peggio “Ho vissuto la stessa esperienza, ti dico io cosa farei al posto tuo”.

E normalmente quello che doveva ascoltarti si mette per ore a parlare di sè e di esperienze che magari non hai trovato per niente simili alla tua.
L’errore di base sta nel considerare identiche due esperienze vissute da due persone diverse: anche se molto simili è impossibile che siano uguali, visto che ognuno di noi è una persona unica e irripetibile, con un suo vissuto distintivo.

Per evitare questo errore occorre esercitarci a cogliere sempre le sfumature di unicità, incoraggiando l’altra persona ad esprimere la sua vicenda, con le sue parole e le sue modalità.

3-Interrompere

Interrompere invia a seconda dei casi diversi messaggi all’interlocutore: “Ciò che ho da dire è più interessante o rilevante”, “Non ho tempo per la tua opinione”.
Per evitare di interrompere, occorre trattenere soprattutto le obiezioni: devi imparare a riconoscere in particolar modo i termini ad alta valenza emotiva, quelli che ti fanno andare “il sangue alla testa” e che fanno “scattare” l’obiezione a tutti i costi.

Un modo per affrontare situazioni simili è analizzare velocemente i motivi per i quali quelle parole ti turbano, poi riprendere ad ascoltare astenendoti da ogni giudizio fino a quando non hai pienamente compreso le motivazioni a cui mira chi parla.

4-Distrarti

Per ascoltare attivamente occorre “concentrarci nel rimanere concentrati” in modo che possiamo accorgerci di eventuali rumori senza esserne distratti, e soprattutto riusciamo a resistere alle distrazioni interne, ai nostri pensieri, in particolare al pensare cosa dire quando l’interlocutore avrà finito di parlare.
Un fattore di grande importanza nell’ascolto attivo è quindi essere consapevoli di dove è la nostra mente al momento dell’ascolto, se sta vagando, se sta pensando a una risposta, oppure se sta ascoltando empaticamente, e saperla rifocalizzare sull’obiettivo dell’ascolto.

5-Interpretare e giudicare

Ognuno di noi ha una sua “mappa del mondo”, costruita in base alle sue esperienze e al tipo di elaborazione fatta partendo da queste.

Nel momento in cui siamo consapevoli di questi filtri, abbiamo una maggiore possibilità di entrare in contatto con l’altra persona. Il problema nasce invece quando l’interpretazione avviene in modo automatico e senza rendercene conto, allontanandoci dalla realtà oggettiva (e a maggior ragione dalla comprensione della realtà soggettiva dell’altra persona).
I filtri creati dalle nostre esperienze ci possono portare a sentire solo ciò che vogliamo sentirci dire, ciò che risuona con i nostri desideri e aspettative.
L’azione dei nostri filtri inconsci la riscontriamo frequentemente nelle relazioni: spesso non reagiamo a ciò che l’altro fa o dice, ma piuttosto all’interpretazione che noi ne diamo.

Un esempio classico è quello di pensare che una persona sia arrabbiata con noi oppure non ci consideri. Mentre magari la abbiamo incontrata in una giornata “no”, sta attraversando un periodo di stress oppure è il suo modo di essere e si comporta così con tutti.
Siamo efficaci nell’ascolto nel momento in cui siamo capaci di capire quando stiamo interpretando e a non fidarci delle nostre interpretazioni: per fare questo, formuliamo le giuste domande che ci aiutano a chiarire la visione del nostro interlocutore.


Un ostacolo che può interferire in modo molto negativo sulla qualità dell’ascolto è il nostro sistema di valori.
Soprattutto nel momento in cui siamo fortemente convinti di qualcosa, potremmo sentirci in dovere di difendere e promuovere queste idee, sentirci motivati nel cercare di cambiare le idee degli altri e il loro comportamento. Questo può portarci a negare il diritto altrui ad avere un punto di vista differente.
Ciò che riteniamo valido, influenza la nostra capacità ricettiva: siamo portati a ignorare chi non ci piace, anche se quello che ha da dire è importante per il nostro lavoro o per altre questioni che dobbiamo affrontare. Siamo portati a trascurare l’ascolto di persone che parlano da un punto di vista opposto al nostro.
Quando interpretiamo secondo il nostro sistema di valori, possiamo cadere nella tentazione di emettere giudizi ed esprimere critiche. Si tratta di un tipo di ascolto molto deleterio: è visto come persecutorio da parte dell’interlocutore e origina un aumento del livello emotivo, senso di inadeguatezza e chiusura.
Giudicare equivale a cercare qualcosa che “non va” negli altri (o anche in noi stessi). Il punto è che concentrare la nostra attenzione su classificare, analizzare e definire “livelli di torto” non aiuta gli altri ad entrare in contatto con le loro necessità, e allontana dal vero scopo ultimo dell’ascolto attivo, ossia la maggiore consapevolezza dell’interlocutore.
Dobbiamo inoltre ricordarci che non è necessario essere d’accordo con l’altra persona per ascoltare in modo empatico: occorre solo entrare in sintonia con quello che sta vivendo, i suoi sentimenti ed emozioni.

6-Negare importanza

“Esageri sempre!”, “Non vale la pena stare giù per questa stupidaggine!”, “Non è nulla! Lascia perdere”.
Sarà capitato anche a te di commentare in questo modo in “buona fede”, per far capire all’interlocutore che sta ingigantendo i problemi, e che con un cambio di atteggiamento avrebbe sollievo da ciò che lo turba.
L’errore sta nel non considerare la differenza tra visione esterna dell’ascoltatore e visione interna al problema dell’interlocutore: l’ascoltatore nega l’esperienza soggettiva dell’altro e in questo modo blocca la comunicazione.
Frasi di negazione, dette più di una volta, mandano inconsciamente all’interlocutore il messaggio: “Nega la tua esperienza!”, “Nega le tue emozioni!”. Il che è l’esatto contrario di quanto dovrebbe avvenire grazie all’ascolto.

7-Saltare alle conclusioni

Questo ostacolo può essere visto come una sfumatura dell’interpretazione: ascoltiamo l’interlocutore e troppo precocemente, sotto l’influsso dei nostri filtri, crediamo di aver capito perfettamente tutto ciò che l’altra persona sta cercando di comunicare e soprattutto pensiamo di sapere già dove tutti i suoi ragionamenti ci condurranno.
L’ascolto attivo al contrario è ricerca, seguire il filo delle emozioni dell’altra persona, lasciarla trovare il suo percorso in merito a una questione.

Conclusioni

Marianella Sclavi nel suo libro “Arte di ascoltare e mondi possibili” definisce l’ascolto un’arte. Ed effettivamente l’ascolto attivo è un ponte tra le esperienze e i sentimenti delle varie persone, e porta a un’amplificazione della nostra capacità di percepire, mettendo in discussione i nostri filtri.
L’ascolto attivo è la materia prima con cui costruire relazioni vere e profonde con gli altri.

Concludo riportando le 7 regole dell’arte di ascoltare, tratte dal libro appena citato: leggendole si percepisce la profondità e l’ampiezza di vedute che l’ascolto vero può regalare:

  

1. Non avere fretta di arrivare alle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.

2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.

3. Se vuoi comprendere quello che un altro sta dicendo, devi assumere che abbia ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.

4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi. Il loro codice è relazionale e analogico.

5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti perchè incongruenti con le proprie certezze.

6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.

7. Per divenire esperto nell’arte di ascoltare devi adottare una metodologia umoristica. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l’umorismo viene da sé. 

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Bibliografia e Sitografia

Birkenbihl V.F. (2002), Segnali del corpo, Milano, FrancoAngeli.
Bonacci A. (2015), Migliora la tua vita!, Milano, FrancoAngeli.
Burley-Allen M. (1996), Imparare ad ascoltare, Milano, FrancoAngeli.
Goleman D. (1996), Intelligenza Emotiva, Milano, Rizzoli.
Liss J. (2015), L’ascolto profondo, Firenze, Edizioni la meridiana, Molfetta.
Rosenberg M.B. (2003), Le parole sono finestre [oppure muri], Reggio Emilia, Esserci.
Sclavi M. (2003), Arte di ascoltare e mondi possibili, Milano, Bruno Mondadori.
Giuliodori A. (2019), Intelligenza emotiva: e se le emozioni fossero la chiave del successo?, https://www.efficacemente.com/relazioni/intelligenza-emotiva/
Sanavio F., L’ascolto attivo per imparare a comunicare in maniera efficace, https://studiosanavio.net/ascolto-attivo/